PoveraPazza

Jihan (una pagina che non smette di crescere)

[Jihan è Valeria Bucchignani.  Cinquant’anni, napoletana trapiantata in Romagna non per colpa sua, architetto, per campare fa il servitore dello Stato senza alcuno spirito impiegatizio. Per vivere meglio, scrive, per scrivere, vive]

Mi è sempre piaciuto raccontare storie, loro le chiamavano balle io le chiamavo salvarmi la pelle, mi dicevano che mentire fosse sconveniente, immorale, ripugnante, indegno, infamante, crudele, disgustoso. Così ho cominciato a scriverle. Ma non hanno smesso di pensare che fossi una povera pazza.

Scrivere di eros, poi, può voler dire raccontare un’esperienza misteriosa e sovvertitrice, può significare confrontarsi con l’inesplicabile e dare voce ai propri fantasmi. Mi piace molto pensare che il mio demone possa dialogare col demone di chi mi legge.

Questo blog non è un diario, forse non è nemmeno un blog. E’ un luogo solitario a cui sono approdata dopo più un decennio di collettivi di scrittura, quelli dove si osava pensare di poter andare al di là della condivisione degli stimoli emozionali che si annidano nella parola scritta e che annodano relazioni, intimità, per offrire e ricevere osservazioni, critiche, testimonianze. Quelli dove era possibile che il mi piace/non mi piace fosse ragionevolmente argomentato, dove si addensavano battaglie, ché la scrittura non è istintuale, non è solo un mezzo espressivo, è impegno, è ricerca, è approdo e non partenza.

Quel tempo è passato, adesso imperano i “like”, con la kappa. Adesso siamo tutti amici.

Ma io sono in fondo più lettrice che autrice e rimpiango la straordinaria possibilità di scambio e di confronto che la rete ha dato ad autori e lettori.  Nei blog che leggo oggi ritrovo quasi sempre stimoli emozionali fini a se stessi, dove se dico

che cazzo hai scritto?

l’unica risposta che posso aspettarmi è

il cazzo che mi pare.

Ho quasi smesso di commentare perché al “bellapagina” preferisco il silenzio.

Sono stufa di sottintesi, di cose dette a tizio perché caio intenda, sono stufa di proteggere, di velare, dell’esercizio vigliacco dell’allusione, antifona di illusione, di quelle cose lì, quelle che s’insinuano. Sono stanca morta, esausta della realtà mescolata alla fantasia, rete a strascico, buona per tutti e per nessuno, escludente o includente a seconda delle convenienze, Sono stufa della parsimonia, del bon ton, di quel tipo di discrezione che non ha nulla a che vedere col ritegno. Preferisco la responsabilità, bella parola, parola adulta, che non è fatta per farci ingoiare i rospi, come certi politici ultimamente azzardano. Io il rospo lo voglio sputare e pazienza per la mia riservatezza, pazienza per la linea di condotta, pazienza per la mancanza di poesia.

Quando si sciolgono le mani, ne viene sempre una possibilità di movimento, inutile raccontarsela. C’è chi si compra l’auto nuova, chi va alle terme, ci sono quelli che partono e quelli che tornano indietro, chi si annega di lacrime e chi schiaccia chiodi con chiodi. Io scrivo, ché è l’unica cosa che so fare (male magari, ma la so fare).

E adesso torno al racconto, parlare di sé fa schifo.

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2 thoughts on “Jihan (una pagina che non smette di crescere)

  1. purtroppo, la vecchia pagina intitolata Jihan è andata perduta. c’erano bellissimi commenti de la Gatta Gennara (minnelisapolis) e di Simone (ancorase) e apprezzamenti di Francesca (icalamari), Benedetta (stileminimo) e Pasquale (il puntino del riflesso). chiedo loro perdono e li ringrazio ancora.
    ji

  2. Dici tante cose, amica mia, nel senso intimo del termine.
    Non riconosco la tua risata, spontanea, viva e sincera. Non riconosco la tristezza (forse non c’è e la colgo solo io), di questa Jihan, amareggiata e stanca, illusa e poi disillusa.
    Io da sempre romantica cantastorie, illusa per natura e (forse) per sopravvivenza, sento la mancanza delle tue parole, quando eri vento e non bandiera.
    Io aspetto di riconoscere ancora i colori con cui ti stagliavi contro il grigio della conformità dei temp

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