PoveraPazza

acqua, fuoco, sale q.b. (viaggio ai margini e al centro del maschile)

9 commenti

tao

Il figlio del gommista che ha bottega nella stazione di servizio Flaminiadue su l’A1, avrà sì e no dieci anni, sta dietro al padre come un’ombra più attiva e più sveglia e mentre quello si volta letargico verso di me che aspetto sulla porta da più di cinque minuti, lui ha già aperto lo sportello, pigiato il bottone che apre il baule e sta guardando con aria sbrigativa la gomma che abbiamo bucato stamattina. Il gommista se la rigira tra le mani più di una volta e piega il labbro in un piccolo broncio dubbioso, ancora non l’ha messa in pressione che il ragazzino, svelto come un grillo, è già lì che spruzza sapone nel punto da cui previene il sibilo. E’ una piccola ape che vola intorno alla regina con l’efficiente sapienza delle operaie. Il padre mi bofonchia che è tagliata, io lo guardo come se parlasse in aramaico e il figlio traduce con solidale desolazione: “è tagliata, non si può riparare”. Accolgo la cattiva notizia, ma mi distrae una debole pena, una gratitudine sommessa per quel piccolo che in un sabato pomeriggio di luglio dovrebbe stare al mare o in un cortile a giocare, che dei maschi conosce già la fatica ma non possiede ancora le insidie e le gabbie. E anche con una specie di senso di liberazione perché non avrò più motivo per quest’ansia ragionevole ed eccessiva al pensiero di farmi ancora trecento chilometri senza ruota di scorta, mentre da qualche parte mi suona un campanello d’allarme. Così vado oltre e chiedo al titolare quanto vuole per una gomma nuova e lui dove aver tramestato nell’ufficietto mi urla 115 euro! Vabbé,  l’allarme diventa certezza e riparto sprovvista di tutela esattamente come sono venuta. L’ometto mi fa ciao con la manina.

Sono arrivata in Sabina appena ieri solo con il mio Animus trasmigrato in due pani sfornati al mattino, ancora profumati. Quel simulacro della potenza di espansione maschile e della vocazione di nutrimento femminile che è il lievito madre, farina biologica di segale, di  farro e un pizzico di sale, da portare in dono insieme ai miei pezzi fatti a pezzi. Al mio arrivo non ho nemmeno stretto la mano che mi veniva offerta a sostegno della mia perché affondassi sicura il piede nell’erba alta, ho nuotato in due laghi verdi e azzurri e sono entrata. Stretto fra quattro mura di pietra centenaria, un tale carico di atmosfera e di poesia non credo di averlo mai scovato.  Se ogni casa custodisce un segreto, questa fa eccezione: è la tana di un lupo che non ha alcuna voglia di cappuccetto rosso.

Trovo un’accoglienza calda e nuda, senza sollecitudine e senza parsimonia. La prima cosa di cui mi parla, con la scusa di un film, è un muro. Alla faccia della vaghezza maschile. Okay okay mi sono tutelata però se mi dispieghi subito tutto l’armamentario come se ti apparecchiassi la tavola non Vale.  Poi mi sono messa in ascolto e il verbo a tratti accorato, a tratti riflessivo, snodato a grani grossi lungo il filo della narrazione, è diventato nutrimento. Un’abbuffata della cospicua consapevolezza dell’Altro.

Un narratore è un narratore anche quando mangia, lo è per come sceglie e porge, in quello che mangia e in quello che non mangia c’è già il racconto. Ché la scrittura è attività solitaria, autistica, si può condividerne solo il risultato, ma a quel punto la scrittura è finita e il rapporto tra autore e lettore è affidato a una complicità fortuita. Siamo tutti alla ricerca di un libro, un brano, un’unica frase che ci legga. Invece il racconto a voce lascia aperta la porta a una lettura sotterranea, perfino infida se si vuole, che smaschera, dove le parole si vedono e la simultaneità dei segni reciproci che inviamo e riceviamo non lascia scampo.

A un certo punto è arrivata perfino la pioggia, la mia pioggia oso pensare, quella che sa lavarmi ancora.

Ti avrei detto che era già tutto previsto. Sin dal suo primo racconto in cui mi sono imbattuta, te lo ricordi? Quello dei ramarri all’ombra, o qualcosa del genere. Che ci sono andata come un agnello col fiocco rosa al collo e che, come tutti gli agnelli, sapevo. Non è mica sua la responsabilità di questa rabbia cieca, questa vergogna vasta e profonda, quasi un peccato originale, per aver consentito lo scempio di me stessa. Ho evocato la bambina che custodivo e l’ho mandata allo sbaraglio, ad abbracciare l’Ombra di chi ha fatto dell’astrazione la propria ombra. Essere senza consistenza, non contare, avere sogni da dover dimenticare al risveglio, mettere fra sé e Sé la distanza più ampia possibile.

Ci vuole una vita per sapere che cazzo è la vita, rimpicciolirsi non conviene.

Abbiamo aspettato la notte accanto al camino acceso rinfocolando quella particolarissima intimità che si stabilisce a volte fra due che non progettano di finire in un letto. Il suo letto me l’ha ceduto e io l’ho lasciato al freddo, per rispetto credo, chè non puoi dire a qualcuno che hai rifiutato ancora prima di conoscere che può dormire con te solo perché sarebbe più confortevole. Non lo puoi fare, anche se vorresti.

La maschilità – ah, gli etimi: femminilità viene da femminile che è l’alter di maschile, ma il suo equivalente semiotico che comunemente usiamo viene da mascolino, che del maschile è solo un aggettivo diminutivo –  non ha a nulla a che vedere con la virilità, almeno non con quella che la nostra visione sociale ci impone, quella eroica e quella protettiva, quella affidata all’immagine dello stallone – biancopurezza ché nerodemonio sarebbe scandaloso –  che corre lungo la spiaggia: sembra selvaggio ma è l’abbaglio con cui addomesticano la nostra credulità. Così concepiamo gli uomini solo come fenomenologici, fanno, dicono, soddisfano o si sottraggono, confiniamo il loro Essere nella trascuratezza e nella dimenticanza come se non sapessimo che l’Essere è una costruzione faticosa che sposta il proprio piano fondante sempre un pochino più avanti e il nostro – delle donne – farne parte non è che sia sostanziale.

Il mattino dopo usciamo con una meta, ma come al solito è il viaggio che conta. La strada, una strada dissestata, abbandonata, a tratti in frana attraversa una riserva integrale insospettabile, disseminata di ginestre in fiore, silenziosa, imponente, ci assale. Non portarmi nel bosco di sera, fallo di giorno e mostrami quello che sai.

Arriviamo in uno di quei paesi che sono sopravvissuti solo nell’Italia interna, nemmeno si sa bene come, tra modernità e immobilità. Pietre, le mie amate, bianche, ordinate, stratificate, depositarie del millenario istinto a rinchiudersi. C’è una diatriba su quale sia il mestiere più antico del mondo tra la puttana e l’architetto, ma è una diatriba inutile: sono sempre stati la stessa cosa.

Scale di pietra e infissi di alluminio anodizzato, panorami che si spalancano come mare aperto, generazioni di case che restano fianco a fianco, alberi e rocce, vecchi sulle panchine, selciati, gatti, qualcosa di nuovo, di provvisorio, di marcio, piante fiorite nelle lattine di conserva di pomodoro, rovine nel centro pulsante di un’armonia ineffabile ci vengono incontro e ci assorbono. O forse siamo noi le spugne. Perfino il bar centrale con l’insegna dipinta a mano e le sedie di plastica dove ci fermiamo a bere, perfino il gruppo di motociclisti della domenica contro cui lui sbraita silenziosamente, perfino la ragazzina a cui guardiamo il culo, sono incastonati in quell’autenticità forse mai perduta di cui abbiamo perenne nostalgia.

Gli spacciatori d’incanti sono sbaragliati. E questa ignobile cosa scura e informe nella quale tengo immerse le mani, quest’abiezione in cui mi sono lasciata sprofondare, mi tiene lontana da ogni redenzione. Perché la tremenda verità è che soffrire non serve a niente.

Quello invece s’è rifatto una verginità, come fa sempre, sai. Le sue nuove spettatrici hanno perfino cominciato un processo di beatificazione, mentre magari lui fa andare la mano alla patta sognante. Del resto che altro vuoi farci col sacerdote dell’imperfezione, col predicatore del bene e del male da elargire come un’elemosina, con identica superficialità. Presto lo faranno santo, ed è giusto così, non fa altro che prendere quello che gli viene dato, chi può biasimarlo. Nemmeno lo sterminio dei ricordi, cui si è applicato con scientifica meticolosità è un peccato mortale. Ognuno ha le sue difese. Magari un giorno comincerà a fotterla, la vita, non è mai troppo tardi.

Mi sono fatta settecento chilometri in trentasei ore per incontrare un uomo che non mi prometteva niente di buono, che dell’A-man ha solo l’iniziale del nome. In luogo del dominante, mi sono trovata al cospetto del ricettivo, all’eversione di qualsiasi cliché in cui si possa rinchiudere l’altro in nome del proprio bisogno di rassicurazione. Uno che non è buono come il pane, ma può scegliere di esserlo. Uno con cui ti dimentichi di segnarti i tornaconti, ammesso che tu l’abbia mai fatto. Uno con cui l’abissale può diventare aderente a sé.

A. che nel breve tragitto di ritorno tuffa il naso in una rosa a meravigliarsi del profumo è uno dei più vivi istanti della mia riconciliazione.

Il maschile è una prospettiva a più fuochi, uno spazio racchiuso da piani sfalsati e da rette sghembe che non hanno bisogno di nessun infinito per incontrarsi, consapevoli che la loro intersezione è il cielo, il chiaro, il luminoso, l’estroverso. La qualità yang, che possediamo tutti, non dovrebbe essere barattata per alcuna acquiescenza del desiderio, della paura, del contatto con Sé, non è né al governo, né all’opposizione, è il complemento, la metà dell’a-simmetria.

Poi ho fatto un sogno. E lo ricordo.

Annunci

9 thoughts on “acqua, fuoco, sale q.b. (viaggio ai margini e al centro del maschile)

  1. gran pezzo hai scritto, un’edizione numerata, il tradimento della tua ricerca di “perfezione estetica”, una svolta nell’ignoto della tastiera.
    amo questi Ufo inclassificabili, c’è un intero auto-laboratorio qui dentro, registri diversi, imperfezioni, ricerca, scavi verticali e voli e qualche culata per terra.

  2. si, per vincere la mia proverbiale pigrizia, devi narrare proprio in modo coinvolgente

  3. La forza delle scritture e delle letture e delle letterature è che ci cuce, ci lega, ci congiunge. Ci si conosce e poi ci si riconosce.

  4. sì, a volte va così. a volte, ché non mi fido di quelli che condividono tutto di tutti. ed è bello anche cucirsi con chi non ci rassomiglia.
    sempre un piacere il tuo (a casa mia ci si dà del tu, Mr. L, perdona) passaggio

  5. Una scrittura non semplice ma a tratti particolare. L’inizio è chiaro e diretto. Mi sono domandata quale fosse il collegamento con il resto del racconto è ho trovatuo una frase per me rivelatrice:
    “…quel piccolo che in un sabato pomeriggio di luglio dovrebbe stare al mare o in un cortile a giocare, che dei maschi conosce già la fatica ma non possiede ancora le insidie e le gabbie…”
    C’è un’attenzione al naturale che attraversa tutto il racconto. Nel secondo “riquadro” ‘è poetico quel piede che desidera affondare nell’erba alta e i significati di tale gesto e desiderio non te li voglio rubare 🙂 Non sono in grado di fare introspezione come sai fare tu ma ciò che mi arriva è la rappresentazione di una donna consapevole di se e della sua natura. C’è un uomo in questo racconto, ma non ho capito quale sia la sua parte a parte cedere il suo letto ed essere un affabulatore del muro 🙂 Un tipo inconcludente? un’esistenzialista? Niente di tutto questo? Un fottuto bastardo?
    Farsi settecento chilometri in trentasei ore per incontrare un uomo che non prometteva niente di buono, ne è valsa la pena? Forse per scoprire che qualcosa di buono c’è o ci può essere. Quel naso sprofondato in una rosa? o la consapevolezza che è il complemento, la metà dell’a-simmetria?. Poi però hai fatto un sogno e te lo sei ricordato
    🙂

  6. ciao Anna, benvenuta!
    certo che ne è valsa la pena andare da centro-nord a centro-sud e far ritorno.
    non sono tanto gli uomini (ce n’è più di uno) i protagonisti, piuttosto lo è il “maschile” quella che chiamo qualità yang, con cui attraverso questo viaggio per andare a trovare un amico narratore mi sono riconciliata dopo una separazione avvelenata, qualità che è anche delle donne, come gli uomini posseggono la yin, basta saperlo.
    Non è un mistero la mia partigianeria per gli uomini, i “bastardi” non esistono, sono solo il risultato di una lettura fenomenologica a me interessava la chiave ontologica.
    Grazie per il bel commento, ti meriti la palma d’oro per essere stata la prima (e forse l’unica) donna a lasciare un pensiero
    ji

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...