PoveraPazza

Fidel

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Mi fregò la pioggia. Se avessi saputo quanto gli piacesse scorazzare sotto l’acqua a catinelle, non mi sarei lasciata impietosire. O forse fu solo lo sguardo. Sembrava provenire da lontano, da oscurità fittissime, dal fondo del dolore, da quella cocciuta perseveranza da cui non si guarisce nemmeno grazie al piede dell’uomo, o alla strada.
E alla strada tornò sempre, cercando il suo mondo e se mai riuscì a barattarla per il posto accanto al camino, chiedeva che io andassi con lui, perché niente lo faceva più felice che insegnarmi la strada.
Si trovò un posto piccolo – un angolo – e scelse sempre quello, ma non provò a ingannarmi con alcuna dimessa compostezza, sapeva il proprio spazio e lo imponeva, a furia di cocci e territori marcati, di strappi e di latrati notturni.
Soffrì il proprio nome, perché era infedele, pervasivamente convinto che io fossi la sua femmina alfa, e mi ha tenuta e protetta, come ogni infedele.
Gli restò una fame randagia, atavica, che lo faceva frugare e rubare anche a pancia piena, ma non si sottomise mai, mai per un boccone, ché quel certo amore incondizionato esiste solo da pari a pari e non si compra.
Era disubbidiente, ribelle, incoercibile, entusiasta, avventuroso e avventuriero, ma era un vero compagno: uno da mille papaveri rossi.

Adesso che cammino da sola, ancora vedo, a tratti, precedermi il pennacchio nero della coda, alta e superba, che sventola alla gioia.

(2010)

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3 thoughts on “Fidel

  1. Bellissimo, pieno d’amore.

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