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Zoo di carta

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zoo di carta

Non sono un collezionista, amo circondarmi di esemplari unici. Guardo con sospetto le copie, le sfilze interminabili di cui conta solo la forma – memoria di un’idea-, di cui la materia è pretesto, variabile che consente la declinazione. Non vi trovo altro che la ripetizione, la prigionia del tipo-ideale e poi ho un’avversione per l’accumulo, mi rende claustrofobico.
Eppure posseggo un’inconsapevole raccolta, allineata per caso sugli scaffali, un serraglio senza sbarre, un giardino di individui irripetibili fatti di immaginazione e di ricordi.
L’ultimo è stato Timbuctù. Mi è venuto incontro scodinzolando alla stazione, nell’attesa del treno, in un primo pomeriggio di pioggia. Era una città di pianura, una di quelle perennemente avvolte dalla nebbia e io ero affamato. Alle tre del pomeriggio morivo di fame e Timbuctù mi ha offerto in pasto la sua carne tenera. Mi sono bastate sei ore di viaggio per divorarlo, dimenticando di guardare, fuori, il paesaggio che mutava nei luoghi che un tempo erano miei e che ho riposto nella dimenticanza. Avessi potuto, avrei abbassato il finestrino e messo la testa controvento, come fa Timbuctù, seduto sul sedile anteriore di una decapottabile, con quell’espressione a metà tra il sogno e lo stupore. Di essere lì, di non essere quello che gli altri si aspettano da te: un cane senza padrone che non sa che farsene della libertà.
Ma a pensarci bene, c’era un gatto rosso ad accogliere Mikael Blomkvist a Hedestad, un grosso gatto rosso infreddolito, opportunista – il candido e sfrontato opportunismo dei gatti che perdoni loro esattamente come gli perdoni di possedere la coda – che si offre in sacrificio al dio dei gialli, perché nulla, lì, sta lì per caso. Il suo corpo mutilato e bruciacchiato è stato davvero l’ultimo.
Non so dire quale sia stato il primo. Forse la volpe diabolica che m’insegnò in un paio di paginette due o tre concetti fondamentali per la mia formazione sentimentale. Di quelli che non si dimenticano più e che mi hanno condizionato l’esistenza facendomi sentire responsabile di ogni fiore che ha avuto l’ardire di sbocciare nel mio giardino. O forse è stato Buck che mi ha portato nella foresta, Buck che rinuncia al pezzo di pane, Buck né carne, né pesce, diviso e irrisolto, che mi piaceva molto, ma molto più di suo fratello, ché di quest’ultimo detestavo la devozione acritica, l’amore incondizionato e senza riserve che tante volte mi ha rinchiuso in una gabbia angusta a uggiolare per il cibo lasciato oltre le sbarre.
Poi, ci son quelli che non ho bisogno di cercare scorrendo l’ordine alfabetico dei loro genitori, so esattamente dove sono, quando voglio accarezzare loro il dorso col dorso della mano.
Ho nuotato in mille tempeste, ma nessuna mi ha portato più lontano del grande fantasma bianco del Male, il dio da cercare, cacciare, bestemmiare e amare, nessuno mi ha insegnato di più il mare, quell’essere sempre in movimento, quello spezzarsi e ricomporsi e sapere il vicino e il lontano e inabissarsi e non avere lato. Eppure non sono mai stato Achab e nemmeno Moby Dick, ma sempre e solo Barthleby e sono un’altra storia.
Nello stesso modo, a occhi chiusi, ritrovo Mississipì, il corpo caldo e morbido e fremente del mattino, l’urgenza del desiderio, l’intesa con chi non ha parole e dice strusciandoti il proprio odore addosso. E i saraghi argentati che nuotavano – dove saranno andati?- appena sotto la superficie di un mare che conosco, la tana in ogni scoglio che mi ha graffiato e in ogni ciuffo di poseidonia che mi ha lambito. E le spigole regali che ho visto insabbiarsi quando la rete calava inesorabile, farsi piccole e umili e trattenere le branchie assetate.
In mezzo, fra i primi e gli ultimi, nascosto male, tra le api di Emily che sanno fare prati distesi a vista d’occhio, i gatti che sono stato, Bauchan e il suo padrone e l’asino dai piccoli piedi, c’è un cucciolo senza nome, uno dei tanti randagi dal destino segnato, nato già orfano, né sommerso né salvato, straordinaria metafora di un amore crudele e ordinario. Mi spacca il cuore quel cane che incarna la sofferenza d’amare, piccola vittima inutile della nostra impotenza.

Sfoglio le pagine del mio zoo e vi trovo allusioni, semplificazioni del nostro sentire, pretesti per raccontarci eludendo noi stessi. La parola che mi corre alle labbra ogni volta che leggo è sacrificio.
Non ho calci né carezze da dare in cambio.

Gabbie che avete sfiorato:
Paul Auster, Timbuctù
Stieg Larsson, Millennium
De Saint-Exupéry, Il piccolo principe
Jack London, Il richiamo della foresta
Jack London, Zanna bianca
Herman Melville, Moby Dick
La Capria, Ferito a Morte
Emily Dickinson, Poesie
William Borroughs, Il gatto in noi
Thomas Mann, Cane e padrone
Yael Hedaya, Animali domestici

era su scritturafresca, mimettoingioco, “Animali”, ottobre 2011

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2 thoughts on “Zoo di carta

  1. come sempre una bella scrittura, avvolgente,
    per non dire del fascino del tema. Che belli questi mondi di carta dove spaziare pur restando fermi!

  2. belli, sì. insostituibili
    un bacetto, Grazia

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