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Istantanea

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© Gabriele Rigon. Roxanne

© Gabriele Rigon. Roxanne

Stanno lì. Sereni, appagati, sollevati, svuotati, in una spossatezza priva di ogni traccia di malinconia. Distesi, dopo l’amore:
incrocio di due diagonali del tiepido quadrato che ha accolto e sostenuto la loro fusione. Una gamba di lei ripiegata e strettamente incastrata tra i due corpi: la linea retta che va dalla rotula alle dita aderente al fianco di lui, quella interna, sinuosa, che finisce nel tallone nascosto tra le proprie natiche. La gamba libera è un ponte gettato a cercare altro contatto: il piede mollemente appoggiato all’interno della coscia di lui. La mano dell’uomo lì, fra le sue cosce, conchiglia di venere, foglia di eva. Ferma, a proteggere, escludere, tenere. Il medio tra le labbra, puntato sull’apice, a sigillare la ferita, dopo averne prolungato e raccolto gli ultimi istanti di piacere. E’ un gesto rotondo, pieno di fermo possesso.
A guardarli da qui, immobili come sono, colpisce la continuità che hanno involontariamente stabilito: in un’unica linea plastica coscia, piede, caviglia, gamba, coscia, fica, mano, polso, avambraccio, omero, spalla delineano un’unica ancestrale creatura. Hanno spremuto tutta la voglia, sono l’uno dell’altra.
In silenzio, divisi ma uniti, isolati l’uno dall’altra, ma con gli occhi a cercare gli occhi. I respiri sincronici muovono i toraci all’unisono, mantici da cui il fiato esce tiepido, a dare ancora calore all’aria fra loro.
La donna sposta lo sguardo, volta la testa verso la finestra aperta, nel cui squarcio luminoso la brezza pomeridiana gonfia la tenda bianca, pesante, a celare da sguardi intrusi. Muove piano il piede, sigillo impresso sulla pelle dell’uomo. Fa scorrere la pianta lentamente sulla coscia, dove la pelle più tenera è difesa da una fascia muscolare tesa, nonostante l’abbandono. E’ quasi un riflesso condizionato il suo, il ripetersi del ripetersi di un richiamo lontano. Poi torna con lo sguardo ai suoi occhi. E la vede. Una piccola scintilla accendersi e dilatare quelle pupille così nere da evocare pozzi abissali, sul cui fondo sgorga acqua pura, trasparente, fredda da velare il bicchiere.
Si tuffa in quei pozzi e il piede sale. La pelle della pianta è morbida, sensibile, priva di ogni ruvida memoria di primordiale difesa dal suolo, ma nel contatto rilascia, lei che così spesso è scalza, frammenti d’erba, di sabbia, di legno, di pietra resa lucida da innumerevoli calpestii. Il piede scorre fino a sentire i primi peli, rabbrividisce e si ferma saldo al limite del sesso ancora addormentato. Il taglio esterno forza l’attaccatura, s’infila nella piega della pelle e si ferma, come se quella pianta avesse trovato il posto giusto per radicarsi profondamente nel ventre dell’uomo.
Lei muove un poco le dita a solleticare un risveglio tenue. Non forza, non urla, parla sommesso. Il cazzo tenero, morbido, languidamente abbandonato sulle dita di lei, si lascia chiamare piano, ad occhi chiusi. Beato. Forse è già sveglio, indeciso tra la semincoscienza del risveglio e quel richiamo. L’uomo va verso quella voce di tendini e di ossicini fragili con un debole sollevarsi del bacino. Lei ruota il femore nell’anca e accosta il proprio ginocchio al suo ginocchio.
Il piede è ora appoggiato sul dorso. L’arco plantare accoglie nel suo incavo la morbida consistenza del suo cazzo, si modella concavo come culla, le dita abbracciano la punta. C’è tutto l’uomo adagiato in quella culla, la sua sorpresa, la tensione della nuca che sostiene la bella testa sollevata, adesso. Tensione che si trasmette al ventre di lui, le mani ancorate sul lenzuolo, lo sguardo interrogativo e implorante.
La donna solleva l’altra gamba, la libera dall’incastro tra i corpi, la porta leggera verso la sua gemella. E racchiude il cazzo tra i suoi piedi.
Resta ferma, a restituire calore e protezione, premendo leggermente senza stringere. Sente sotto le piante il velluto tendersi, piano, pulsare. Una leggera vertigine la prende.
Fa scorrere il piede che sta sopra, fino a trovare nella concavità dell’arco delle dita la convessità tiepida di lui. Tamburella con le dita la vena, accorda il battito. Suona con alluce, illuce, trillice, pondolo e minolo una sinfonia di carne. Poi comprime tra i due archi plantari, chiude e tende la pelle, finché l’uomo è teso. L’eccitazione di lui corre nelle sue gambe, che si fanno cavo elettrico e portano corrente alla sua fica. Che alimenta altra energia con acqua di fonte. Tra l’uomo e la donna, un arco elettrico si trasmette da lei, lungo le sue gambe e i suoi piedi, e arriva a lui. E torna a lei.
Lei si alza a sedere sul letto, appoggia le mani dietro di sé, reclina indietro la testa e si sposta sulle braccia tra le sue gambe. L’uomo si fa specchio, sollevandosi sulle braccia, le gambe ad abbracciarle i fianchi. A guardare. Davanti al suo sguardo, il suo cazzo rigido spunta tra due dolci, forti piedi femminili. Oltre, le cosce di lei divaricate e, fra loro, la fica spalancata, polposa e umida. E’ una visione impossibile da sostenere senza che lui senta catalizzare le sue dita.
– Non farlo.
Ma più che la voce è il suo sguardo a fermare la mano carica, che torna malvolentieri indietro a sostenere il peso dell’uomo. Allora la donna stende una gamba, poi l’altra, verso il suo volto, appoggia le dita del piede sulle labbra e dice:
– Dammi saliva, bagnami. – la voce roca, gentile.
Lui parte dal tallone con la lingua piatta, bagna di saliva tutta la pianta, la insinua tra le dita, lascia la propria traccia umida su quei piedi. Che ritornano intorno al suo cazzo, lo spostano di lato, se ne contendono il possesso, lo sfiorano impercettibilmente e poi tornano a premere, massaggiando. Lo racchiudono in verticale, con le dita sulla punta e poi serrano in orizzontale, facendo scorrere la pelle verso il basso. La pelle sensibile dell’uomo percepisce ogni linea, ogni piega, ogni rilievo della pelle di lei. Ad occhi chiusi, la carezza di due piedi felici, agili, flessibili contiene spessore, diversa forza e consistenza, tra desiderio e impaccio. E’ una imperfezione che porta l’uomo al climax. E’ la tenerezza e la durezza di un gesto inaspettato. Finché l’arco elettrico si tende fino alla sua massima estensione e il suo piacere prorompe sui piedi di lei.

E’ così che li hai trovati. La punta rossa come polpa di fico d’india ferma tra due piedi di donna ricoperti di sperma. Fermàti dentro l’iride del diaframma ottico, in un cinquecentesimo di secondo.

dedicato
all’Uomo che gioca

Racconto vincitore Oxè Awards 2009 per la categoria Miglior situazione erotica.

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