PoveraPazza

Tutte le domande

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Sulla via assolata, dentro al vecchio

tronco cavo che da lungo tempo

serve a bere e piano in sé rinnova

uno specchio d’acqua, la mia sete

calmo: l’acqua limpida e il suo flusso

prendo in me nel palmo della mano.

Bere è troppo, è un atto che tradisce,

mentre questo gesto in cui m’indugio

porta un’acqua chiara alla coscienza.

E così potrebbe riposarmi

se tu fossi qui, posare piano

la mia mano sulla fresca curva

della spalla o al limite del seno.

R.M.Rilke

Sorrento, 12 luglio 1984, Ferrotuo.

Passò un dito leggero lungo la piegatura del foglio bianco, vergato in blu con quella calligrafia esuberante che teneva a memoria, quasi a voler difendere i segni ingialliti e la carta ormai consunta. E a memoria ripeté quel messaggio di desiderio mentre ripiegava la pagina che s’infilò nella tasca. Non fu un ritrovamento casuale, uno di quei ricordi che riemergono impensati dal fondo di un cassetto, finiti per noncuranza o per sopravvivenza nell’oblio. Sapeva dove trovarli ogni volta e ogni volta compiva quel gesto per rinnovare l’identico dolore. Erano lettere, trascrizioni di versi presi in prestito, a volte una frase sola a smuoverle un pianto senza lacrime dal fondo e lei teneva in modo accorato a quella caparbia ostinazione della sua ultima forma d’amare. Finché quel dolore avesse fatto male, lei avrebbe saputo che lui era esistito, che esisteva e che la ricordava ancora.

Ma questa volta non aveva aperto il cassetto per rinnovare quel rito di malinconia, questa volta il dolore era solo dolore.

Meno di un’ora prima, aveva aperto la porta con un indefinibile filo di angoscia, così diverso dalla perplessa curiosità che si può provare quando qualcuno suona il vostro campanello alle undici del mattino e voi non aspettate nessuno. L’uomo oltre la porta sarebbe stato uno sconosciuto, se non fosse stato per quegli occhi grigi, fermi come un cielo di novembre basso e senza pioggia, profondi e placidi. Sputati a quelli di suo padre. Adele trasalì e capì in una frazione di secondo che la sua vita era lì, chiusa in un trench chiaro, a presentarle il conto.

-Buongiorno signora – aveva detto – sono Marco Minieri.

Poteva avere quarant’anni, un sorriso breve e un sottile imbarazzo che gli faceva stringere troppo le dita intorno a una scatola chiara. Da quella scatola, molti anni prima, fogli di carta da lettere tagliata a mano e scritti in blu erano migrati uno dopo l’altro nel suo cassetto.

Adele non seppe di sorridere, fu con un’inevitabilità che non riuscì a contrastare che disse:

– Non resti sulla porta

L’uomo esitò.

– La prego – ed era davvero una preghiera con cui Adele lo incoraggiò, slacciandosi il grembiule e togliendosi dall’arco della porta.

Non ci furono convenevoli. Marco Minieri si sedette appoggiando la scatola chiara sul tavolo, chiusa nell’arco delle proprie braccia, come se volesse ancora proteggerla. Lei scelse la sedia di fronte a quella di lui e restò seduta un po’ rigida, una mano in grembo e un’altra morbida posata sul tavolo, in attesa. Lui prese fiato ma la voce era limpida quando le disse:

– Sono il figlio di Ferdinando, signora, di Ferdinando Minieri.

Adele annuì. Lo fece con gli occhi.

– Papà – disse papà, non mio padre e dicendolo mosse un poco la mano verso quella di lei – è morto un mese fa. L’epatite gli dato il colpo di grazia, il suo fegato era stato rovinato dall’alcool in modo silenzioso. E’ stata una malattia terribile, l’ha consumato a piccoli morsi, ma gli ha dato il tempo di lasciarmi un compito.

Adele sentì un tonfo buio allargarsi in mezzo al petto; sentì per la prima volta, pensando a Ferdinando, la disperazione.

– Non so perché lo abbia chiesto a me, mia sorella sarebbe stata molto più brava in questa circostanza, molto più adatta. Penso sia stato per una specie di alleanza maschile, l’ha fatto nello stesso modo in cui, quand’ero piccolo, rispondeva sono cose da uomini, strizzandomi l’occhio, alle proteste di mia madre e mia sorella escluse dalle nostre uscite in mare. Mi ha detto soltanto dove trovare questa scatola e di portarla a lei, che a lei doveva tornare.

Ferdinando Minieri era stato un maestro d’ascia, a cui ventotto anni prima Adele aveva dato incarico di costruire una barca. La sua Johanna, uno sloop di trentaquattro piedi, magnifico, docile, sensibile. Aveva impiegato quasi due anni per costruirla e fu sotto la coperta della Johanna, il giorno del varo, mentre la barca dimostrava di avere il vento in poppa per tutte le rotte, che Adele e Ferdinando avevano mollato gli ormeggi alla loro attrazione. Avevano lottato molto contro il magnetismo che aveva intensificato il loro sodalizio durante la costruzione della barca. Giorni e giorni passati intorno allo scafo, fascia dopo fascia, fino al mattino in cui tesero le sartie e l’albero svettò impettito al centro della tolda. Quel giorno era bastato un vento teso a trasformare l’andatura di gran lasco prima in un impaccio morbido e silenzioso e poi nell’urgenza del contatto.

– Non gli ho chiesto spiegazioni, signora. Avrei promesso qualsiasi cosa, in quel momento. Solo dopo due settimane dal suo funerale ho aperto la scatola e ho letto le sue lettere. Perché queste sono le sue lettere per mio padre, vero? – così dicendo, aprì la scatola e l’avvicinò a lei.

Ad Adele bastò una breve occhiata. La sua attenzione fu distratta dal conflitto che traspariva nel tono di lui, diviso tra accettazione e rabbia, solerzia e inquisizione. E fu cercando l’armistizio che ammise, calma:

– Sì, le ho scritte io.

Lei non provava alcun senso di colpa. Aveva già pagato il proprio tributo alla colpa rinunciando, un quarto di secolo prima, a quell’uomo e trasformando il proprio sentimento in una sorta di terzo paesaggio. Uno spazio di solitudine e di dimenticanza in cui l’incompiuto e il non espresso avevano rafforzato ciò che ci si aspettava estirpassero. Un’aiuola incolta, un campo abbandonato, un luogo indefinito e vitale dove scoprì, col tempo, non c’era posto per la morte.

– Leggendole penso di aver capito il motivo per cui mio padre smise di bere, nell’inverno del ’85 e tutti in famiglia pensammo a un miracolo.

– Si sbaglia. L’amore non cambia, non cura, l’amore, a volte, rivela.

– Ma da allora lui non ha più toccato un goccio. Proprio quando aveva più da nascondere e, oggi scopro, più da soffrire.

Fu in quel momento che Adele si alzò, aprì il cassetto e tornò al tavolo con il foglio ripiegato nella tasca. Marco guardò quella donna dritta, elegante. Non vi era in lei nessuna traccia di rigidezza e il suo passo morbido ed elastico faceva dubitare dell’età avanzata. Lei si sedette e disse:

– Può succedere che le nostre fragilità si trovino un giorno costrette in una vulnerabilità ultima, oltre la quale non si può andare. E’ allora che scopriamo di poter sopportare tutto.

Le sue parole rimasero come una gonfia nuvola densa sospesa sulla testa di Marco, così Adele lasciò scivolare sul piano di mogano lucido come la falchetta della Johanna la poesia che Ferro – così lo chiamava lei – le aveva trascritto, fino alla mano del giovane uomo e gli sorrise.

Dopo aver letto e riletto, Marco ripiegò il foglio e glielo porse.

-Lei come sta signora?

Negli occhi della donna passò un lampo di gratitudine e di tenerezza. Gli era grata per il tono sommesso, per quella premura discreta e per le domande sottese, tutte le domande che lui aveva bisogno di fare e che stava sostituendo con un’intima comprensione.

-Io sto bene. Oggi, decisamente meno. Ma ho avuto davvero tanto: non ho rimpianti, né rimorsi e sono sicurissima che nemmeno suo padre ne aveva.

-E’ complicato scoprire che qualcuno ha rinunciato alla propria felicità per proteggerti. E’ difficile sapere di essere stati amati così, non trova?

– Non si rammarichi. Non lo faccia mai. Noi siamo stati nello stesso tempo generosi e vigliacchi. Non creda sia stato solo un gesto d’eroismo sentimentale. Non ci siamo pentiti, ma siamo ancora insieme.

Marco la vide passarsi una mano nei capelli grigi, quasi un raccogliere e fermare pensieri troppo veloci, e pensò fosse un suo gesto abituale, un gesto che ne ravvivava lo splendore perduto. La vide distogliere lo sguardo e notò che le tremava impercettibilmente il labbro inferiore. A quel punto e si alzò. Non si era nemmeno tolto l’impermeabile. Si avvicinò e le offrì il braccio, poi, appena Adele pose la propria mano appena dopo l’incavo del suo gomito, la coprì con la sua.

partecipa a Q’anto ti amo, Damster Ed. 

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12 thoughts on “Tutte le domande

  1. 🙂 grazie Mich, benvenuto!

  2. E’ bellissimo. Capace di trasmettere e di evocare. Le emozioni dei personaggi, quelle che hai sepolto nonsodove, atmosfere e paesaggi. Sembra di sentire l’odore del vento e della salsedine e vedere, nella penombra di una domenica mattina, Adele e Marco seduti intorno ad un tavolo a condividere un dolore senza disperazione.

  3. cinziolì, nonsodove è un bel posto 🙂
    (grazie assai, la tua presenza qui è la luce della domenica mattina)
    un bacio

  4. da un po’ di tempo ho trascurato la prosa, ci voleva una bella lettura come questa!

  5. invece io ti leggo sempre Grazia 🙂 mi conosci e sai quanto sia impacciata a commentare la poesia.
    sempre un piacere averti qui

  6. “Adele non seppe di sorridere!”
    “L’amore non cambia, non cura, l’amore, a volte, rivela.”
    Tutto notevole!
    Le ultime quattro righe di chiusa, poi…:-)
    L’età non cambia, in una donna, il suo splendore, che può parere perduto, ma che esiste ancora.
    E l’emozione di quelle lettere, fogli di carta che si possono anche toccare!

    C’è così tanto nel tuo racconto davvero bello ed intenso, Jihan!

    La tua scrittura sottile e profonda mi ha dato molta emozione.
    Io ho visto, ho sentito, ho captato…
    Tu sei riuscita a farmi provare queste sensazioni.

    Grazie.
    gb
    “Bere è troppo, è un atto che tradisce,
    mentre questo gesto in cui m’indugio
    porta un’acqua chiara alla coscienza”
    Che altra emozione intrecciata a quella che suscita in me la tua prosa!:-)

  7. 🙂 🙂 🙂 io sto bene gelso, mai stata meglio. spero anche tu 🙂

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