PoveraPazza

D’Aria

6 commenti

Questo non è un racconto. Un racconto deve avere senso, la vita no.

Daria non è stata un desiderio cresciuto al tepore del fuoco del camino, in brevi sere d’autunno in cui l’intimità s’infittisce intorno ad un progetto che non si ha sufficiente fervore a pronunciare. Non è stata un inciampo, un soprassalto di piacere e d’incoscienza, né un incidente che avviene come si compie un oracolo dimenticato. E non ha mai avuto altro nome ed è sempre stata femmina e a volte ancora chiama.
Non è stata conto di giorni, sorpresa, paura, curiosità o paziente cova. Non è stata ciò che non si può sapere possa essere stata, ché ci son cose, voli, orlo di precipizi che non sanno essere esercizio di scrittura. Non ci è stata tolta e non può esserci restituita, si è solo portata via lentamente la speranza di essere primordiali e audaci, cromosomi da dividere e poi unire.
Daria non è nata in un piovoso giorno d’estate, sotto il segno del leone. Sua madre non l’ha messa al mondo con la gioia lacerante della separazione, né con l’innocente, segreta onnipotenza che ogni donna prova nell’assolvere il compito biologico. Suo padre non l’ha attesa in un corridoio di ansia, né ha perso i sensi, diviso tra repulsione e commozione, in una sala parto affollata di sconosciuti con la testa infilata tra le cosce aperte della sua donna sfatta di felicità e dolore.
Lei non ha pianto, stravolgendo la notte e il giorno, non ha dormito, incantevole, in lenzuola fresche di cotone ricamate di futuro, non ha succhiato a occhi spalancati latte e pudore, non ha tenuto prigioniere dita adulte strette nel piccolo pugno, non è uscita dall’acqua calda di un bagnetto come una venere in erba.
Daria non ha portato scompiglio, rivoltando di abitudini l’assenza, non ha fatto trottola della rosa dei venti, non ha stupito i rientri di piccoli passi affrettati.
E’ silenziosa, Daria, una bambina assorta. Costruisce rimpianti con i pezzi del lego, tiene svegli gli orsacchiotti, sfoglia a ritroso calendari dell’avvento, colora di vento e nuvole i disegni e non ha paura del buio. Non è andata bene a scuola e non è andata male. Non ci è andata e basta. Ma le son state insegnate ugualmente addizioni-sottrazioni-moltiplicazioni-divisioni e quel po’ di poesia che mettiamo dentro ai figli a cucchiaini.
Da ragazza, è stata nella frescura di stanze chiuse ai pomeriggi d’estate, nella luce che entrava in lamelle sottili e indorava il pulviscolo. E’ stata qui: le impronte leggere sul prato, il corpo in boccio indeciso tra anfora e giunco, un fiore sfogliato per interrogare i sono-nonsono. Eppure non ha avuto perline colorate da infilare, né nodi da stringere al polso e dare in pegno, non ha baciato a perdifiato e non ha sbattuto porte in faccia all’incomprensibilità.
Daria non è mai stata frutto, è seme sparso, uovo all’ostrica, neve di pioppi, nido disabitato. Non è estensione di un chi o contrario di un come. E non sarà un testamento, la freccia che va per il mondo a sopravvivere all’assenza di chi l’ha scoccata lontano. A volte, Daria è una colpa, un’insufficienza segnata in rosso come una cicatrice, è un buco senza ciambella, un attestato d’incompetenza del cuore, ché l’utero e le ovaie sapevano bene il fatto loro. Altre volte invece è solo la linea sottile che divide l’inattitudine dall’impossibilità.
E’ scivolata via col sangue di ogni ventottesimo giorno, ha sussurrato sommessa nelle albe con la luna una filastrocca di lacrime infilate come perle di fiume, una sull’altra, contorte. Vive dietro al cuore, negata e poi dimenticata, ombra nei polmoni. Come un soffio d’aria.

era su “Terra, Aria, Fuoco, Acqua” mimettoingioco scritturafresca, febbraio 2011

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6 thoughts on “D’Aria

  1. Intanto, era ora che ricominciassi a lallare le parole, hallelujah.
    Secundis, anche Gabriel si fece i ventotto canonici giorni.
    Tertium, non vedo africa in Daria, piuttosto l’elegante France della madrina.
    Ecco, indossare un vestito bianco, elegante, per maneggiare sangue e fango non so quanto sia scelta che ripaga.
    Ma conosco il trip, successo anche a me. Quando cerchi di risorgere dal cimitero del silenzio, le parole cadono strane,
    ma è solo il torpore del risveglio, e in genere si prepara un mutamento di rotta.

    Gab

  2. Alex
    ho scritto questo pezzo due anni fa – non latitavo per niente – e le considerazioni erano identiche: troppo lirico, barocco, tu generosamente, dici ‘elegante’. Il fatto è che lui è uscito così, e io non riesco a riscriverlo diverso. Me lo tengo così, è uno dei più amati, esattamente come farei con un figlio, forse.

    Rotta e deriva, pari sono.

  3. un soffio d’aria!
    Elogio della palpabile evanescenza, poesia del forse e del possibile, magia di ciò che non è stato ma poteva essere e in qualche modo si è realizzato, solido castello d’aria.
    può non piacermi sempre un brano così?
    ml

  4. non posso commentare uno scritto così! ti posso solo abbracciare…

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