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La chiesa della Madonnina

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Paolo Fabbri fa il sacrestano da tutta la vita, ha una faccia da elemosine e un profumo di cera che arde, ha rughe preoccupate e si sente solo. Lo è, il parroco se n’è andato cinque anni fa, aveva passati i novant’anni e lui ha continuato a mantenere tutto com’era, la povertà prima di tutto. Mi stringe la mano, mi dice: finalmente siete arrivati, come fosse al capezzale di una madre. Mi spiega, voltandosi di tre quarti a guardare in faccia la faccia della chiesa: è la mia sposa.
Mi calo il casco sulla testa e comincio l’ultima ispezione della giornata. La squadra, due vigili del fuoco e una giovane ingegnere, mi si raccoglie intorno, di fronte alla chiesa, poi di fianco. Marta, Giuseppe e Salvo, ci conosciamo da ventiquattr’ore appena, ma la coesione fitta che ci unisce è quella di chi lavora insieme nel pericolo. Un’apertura in cui la mia mano entra di taglio separa la facciata dal muro laterale, nel distacco troviamo ragnatele, polvere, incrostazioni: un danno antico che il terremoto ha probabilmente aggravato. Il timpano è inclinato in avanti, il fuori piombo minaccia macchine e passanti, il pinnacolo di sinistra pende più della torre di Pisa e poiché è inverosimile il motivo per cui sta ancora su, mi ritrovo a chiedermi perché non venga giù, quasi un’implorazione che soffoco in gola: che io non perda, signore delle pietre e degli equilibri, il conforto della Scienza, non adesso. Il retro dell’abside è intatto, una bellissima muratura di mattoni, austera, ordinata, forte come solo il cotto ferrarese può essere ancora. La tocco, a mano aperta, la ruvidezza tiepida mi passa nelle vene del braccio, la scansione degli intervalli di malta mi dice gli anni, uno per uno, mi racconta di quelli che sono passati, che hanno appoggiato là la schiena e il piede, i cani che hanno pisciato contro il basamento, gli sputi, gli occhi. Ma in alto, la parete laterale del presbiterio ha uno sfregio inclinato a quarantacinque gradi che s’infila dentro una finestra. Senza rimedio.
Torniamo indietro, verso la facciata che tende a ribaltarsi sulla strada, il sudore mi cola negli occhi e mi sgocciola dal naso, mi tolgo il casco, abbasso gli occhi, la giovane ingegnere scuote la testa. Parliamo poco, ognuna con ciò che l’arrovella, che poi è la medesima preoccupazione, lo stesso calcolo. Mettiamo insieme geometria, orientamento, voltiamo gli occhi verso il punto cardinale da cui è arrivata la spinta orizzontale che sposta e solleva e incrina, quando va bene. Poi.
Più che entrare, esco. Esco dalla strada torrida, dalla luce accecante e dalla fatica. Mi rimetto il casco e prima di abituare gli occhi alla penombra a stento vedo il primo vigile spalancare la porta principale, ad aprirci la via di fuga. La prima volta ha una ferita scura dai margini slabbrati che la taglia in curva. Cerco gli occhi di Marta che cerca i miei, la vedo segnare a matita, in pianta. Scatto. Le lesioni, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, sembrano più cattive. Mi sposto al centro della navata, la chiave degli arconi laterali è spaccata a metà. La voce che mi segue, mi dice: tutto danno pregresso e accompagna il ricordo col gesto della mano. Don Paolo le sa tutte a menadito, le conta portandosi le dita alle labbra, come i bambini. Arrivo in fondo e la vedo. La voce ha una contrazione come di singhiozzo: è nuova. La volta nell’angolo a sinistra ha uno squarcio da cui si vede il cielo, cola luce, dolore. E mentre camminiamo col naso per aria, attenti nello stesso tempo a non calpestare frammenti d’intonaco dipinto sparsi sul pavimento, la terra ci manca sotto i piedi. S’annuncia con un tuono lontano, sordo e fondo, eco del lampo sotterraneo che serpeggia sotto i nostri piedi ed è con una composta, silenziosa, complice corsa al rallentatore che cerchiamo riparo dalla pioggia di polvere e frammenti che cade. Mentre vado verso la porta, vedo allungarsi e approfondirsi le lesioni nelle cappelle laterali, nelle volte a botte stupende, nei pilastri e lungo gli archi. Il tempo di varcare la soglia ed è già finita. Dalle case vicine e per la strada, concitazione, urla, richiami ci dicono che non è stata un’impressione. I miei vigili sono catturati da una donna che piange di rabbia e di paura.
Domani, quelli dei beni artistici, verranno a rimuovere le intense opere che la chiesa conserva. Le pale dello Scarsellino, il San Girolamo del Bastianino e, prima fra tutte, la Madonnina che sta dietro l’altare maggiore. Stavolta il miracolo* non le è riuscito.

 

 


*L’immagine della Madonna conservata nella Chiesa di Santa Maria della Visitazione, fu dipinta sulla torre di una delle porte della città di Ferrara, la Porta di Sotto.
Nel 1510 il duca Alfonso I d’Este ordinò la demolizione della porta nel più vasto progetto della modernizzazione della cintura difensiva. Tuttavia, quella parte di muro dove si trovava il dipinto rovinò nella fossa ma non si sbriciolò né si imbrattò e la testa di Maria Vergine rimase pressoché intatta. Completato da un anonimo autore, il dipinto fu murato nello sperone di un baluardo vicino delle mura estensi. Per la crescente devozione popolare nel 1526 fu costruita la chiesa che l’ha ospitata fino a oggi, detta appunto “della Madonnina”.

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2 thoughts on “La chiesa della Madonnina

  1. che bello ritrovare la faccia da elemosine e il signore delle pietre e degli equilibri, così potente e misterioso nel suo magnifico minuscolo e poi il dipanarsi di una giornata quasi ordinaria di lavoro che ha il sapore dell’avventura vera. bello sì, ml

  2. 🙂
    certe minuscole sono magnifiche

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