PoveraPazza

Passioni

Lascia un commento

– Apri gli occhi Lu, tanto lo so che non dormi.
Non dormo, infatti: ero sprofondata in un tiepido dormiveglia davanti ad un noiosissimo film in tv. Adoro questa pigrizia, questa indolenza fluida che mi regala uno stato di semicoscienza in cui si mescolano senza sceneggiatura ricordi e desideri, sogni e pezzi di realtà. E mi piace quando lui arriva a liberarmene, con la sua concreta presenza.
Sollevo le palpebre e sembra quasi che le mie ciglia possano sbattere sulle sue ciglia, da quanto è vicino. Affondo in tutto quel velluto mordorè e riemergo dal torpore con un sospiro di benessere.
– Ciao.
Accovacciato sui talloni, la sua mano mi percorre il fianco e sotto la sua carezza mi allungo e mi stiro sotto la coperta.
– Sei la mia gatta.
Un attimo dopo mi stupisco ancora di come il mio corpo trovi nel suo una cuccia calda. E’ pieno di anse tiepide nelle quali le mie curve ricevono accoglienza. Una lenta, accurata opera di intaglio e intarsio alla quale ci siamo applicati ogni giorno, giorno dopo giorno, a furia di pialla e scalpello. Anche adesso che il suo braccio mi sostiene la schiena e mi appoggio di profilo al suo torace.
Il suo corpo mi accoglie, ma
– Sono incazzato nero.
Struscio fronte, naso e le labbra tra lo spigolo della mascella e l’orecchio.
– Perché?
– Non ne posso più – inclina la tempia verso la mia fronte, a difendersi dai brividi che gli procuro – di questo governo.
Mi scosto per osservarlo. Ha uno sguardo torvo, sconsolato al fondo. Gli bacio l’angolo della bocca e lo tocco. Non riesco a tener ferme le mani.
– Bisogna. Vivere. Indignati – gli dico alternando le parole con piccoli baci umidi
– Chi lo diceva? – chiede, distratto
– Zola
– Uh il pornografo!
– Si, vuoi scrivere anche tu un “J’accuse”?
– Altro che accusare, sono così insofferente che…
– Andiamo a piazzare un paio di bombe? – gli soffio nell’orecchio.
– Non scherzare – gli occhi fissi sulle reazioni della punta di un mio seno che ha preso a stringere con due dita.
– mhm… non scherzo.
– Te l’ho mai detto che hai dei capezzoli bellissimi? – stringe e torce, come per sottolineare la gravità del momento.
– Si, mi pare di sì, ma se lo ripeti non mi annoi – la voce mi esce stridula, mentre cerco di soffocare il gemito per il dolore dolcissimo che mi procura. Insiste – guarda che non sono quelli di Berlusconi, sono i miei.
– Che vuoi farci, paghi tu per tutti. Un’altra volta impari a votare per Bertinotti – mentre il mio capezzolo si allunga nelle sue dita.
Gli apro la camicia, affondo il viso sul suo petto e lo lecco
– Sei opportunista come tutti i riformisti.
– E tu sei infida come tutti gli estremisti.
– Infida? – chiedo, guardandolo come se mi stesse accusando di omicidio – ma se sono pura come un’allodola!
– Tu le allodole te le mangi a colazione, Gatta – e mi morde una guancia, per sottolineare il concetto. Non stringe, ma il concetto è chiaro.
Ho voglia di prenderlo, che mi prenda. Una voglia che s’intensifica e si diluisce, lenta, liquida. Ho voglia di tirarlo fuori da quel magone e di vederlo ostinato. Voglio che cominci a spegnermi le cellule cerebrali una a una, con due dita, come lume di candela. Voglio che questo divano diventi un veliero e che lui sia il capitano della nave e io voglio fare la fanciulla legata all’albero di maestra. Voglio la sua disincantata autoironia, la sua disillusione addolcita di speranza, il suo raziocinio incosciente, l’abituale controllo su ciò che lo circonda.
– Che giornata del cazzo! – sospira, allungandosi sul divano e togliendomi l’appoggio del braccio.
– Cazzo? Come questo? – mentre la mia mano si ferma su ciò che nasconde nei pantaloni.
Solleva la testa e guardando in basso esclama con un tono vagamente preoccupato:
– No, quello è un bel ciocco di legno –
Gli rido sonoramente in faccia. Troppo sonoramente.
– Io non sento legno. Anzi credo che dovresti andare in giro con la scritta “Fragile. Maneggiare con cura”.
– Non raccolgo, sono troppo superiore alle tue meschine insinuazioni.
– Altro che insinuazioni, questi sono dati di fatto!
Riesco a farlo sorridere: con gli occhi chiusi, le mani intrecciate dietro la nuca e il corpo allungato sul divano.
– Non mi pare che la pensassi così ieri sera, mentre miagolavi come la gatta in calore che sei.
Non rispondo, non mi conviene. Abbasso lo sguardo e mi mostro intenta, accucciata ai suoi piedi, a slacciargli le scarpe.
– Dai, levati ‘sta camicia e stenditi a pancia sotto che ti rimetto al mondo.
– Oh, si!
Sollevo una gamba e salgo a cavalcioni sulle sue reni. Lo sento irrigidito, contratto sotto le mani che premono e impastano i suoi dorsali.
– Ah, se tu fossi teso così dappertutto!
– Mhmm
Risalgo con le mani fino alla nuca e gli regalo quello che più desidera. Sciolgo i muscoli del collo e poi mi insinuo a mano aperta tra quei capelli spettinati, avanzando con i polpastrelli sul cuoio capelluto, fino alla fronte. Lascio impronte di desiderio su ogni muscolo, su ogni fibra, su ogni più piccolo recettore. In breve i trapezi tornano flessuosi e i deltoidi morbidi. Sento sotto le dita che spingono sugli spazi tra le vertebre la spina dorsale che si distende, il torace che si espande. Sento il calore che gli cedo e quello che a poco mi restituisce, mentre piega la testa di lato e soffiamo fuori il respiro all’unisono. Quando è completamente abbandonato, calmo, gli occhi chiusi e le labbra dischiuse, mi sposto col bacino più avanti per baciargli la schiena con la fica. Le mie labbra sono morbide, umide e lasciano una lunga scia di lumaca sul suo dorso.
– Sei tremenda…
– Che hai detto? Stai tremando? – lo sfotto, a un centimetro dalla sua nuca
– Si, non ti fermare.
Mi strofino a lungo, lo impregno dei miei umori ed è un piacere che sale lento, come un’onda di piena al rallentatore, quello che dal mio clitoride che struscia sulla sua schiena, m’increspa la pelle, mi fa formicolare le gambe e raggiunge la mia nuca.
– Se continui così tra un po’ farai le fusa.
M’inarco, cerco un contatto più profondo, quando il suo corpo che stringo fra le cosce si muove, ruota su stesso, mi solleva, mi invita a fargli spazio e si gira sotto di me.
Supino, mi guarda. Uno sguardo famelico, soddisfatto e beffardo. Le sue mani sui miei fianchi, solleva il bacino.
-Oh guarda! Un ciocco di legno. Che ne facciamo?
-Facciamo che te lo prendi tutto, ma proprio tutto, dentro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...