PoveraPazza


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Geografie Fuori Luogo does a bloody Outing

non ti faccio un gran favore, si sa che mi leggi solo tu, sembreremo gatti che inseguono la propria coda, ma un libro è un libro è un libro è un libro è.
Sono troppo contenta 🙂

aeroplanini _ liquidi

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Giù, nella Guinea portoghese

Due inglesi e un Padrino a Jaipur

La Paz dell’angelo

Baghdad

Ramallah

Radiodramma dell’Invasione

Quel che resta di insolubile sopra il mare di Celestun

Near Manhattan

La fantasma di Jaisalmer

Barcellona

Genova, la destrezza necessaria

Mafia island

Kenitaly srl

Roma Termini

Roma Pietralata

Nero a settentrione

*

16 storie che celebrano il viaggio, l’andare per territori sconosciuti, il perdersi come rituale di salvezza animista.
Geografie è un cofanetto di sortilegi, un fai-da-te utile a sopravvivere nelle seguenti circostanze:

* persistenza di fantasmi d’amore
* invasioni aliene che si annunciano via radio
* sentirsi perduti a La Paz, a Genova o Baghdad che sia
* prendere una metropolitana a Roma
* incontrare stranieri all’estero, tipo gli italiani

geo5

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Il giorno in più

ImmagineCi sono giorni che non passano inosservati. Non che cerchi autoinganni, ho smesso di evitarmi da tempo. Tutti posseggono un fitto calendario di ricorrenze, siano tristi o gioiose, che in qualche modo vengono celebrate. Questo mio 30 marzo, più che inaugurare un primo anniversario, è il primo giorno dei miei anni-verso una distanza. Vorrei dire che non è tanto il giorno ad essere memorabile, per quanto sia legato al ricordo di una umiliazione, quanto lo è invece tutto l’anno che è venuto dopo. Così memorabile che non ho nemmeno bisogno di ricordarlo.

Ho avuto una primavera che è sembrata un inverno, tanto Inverno era stato feroce, e un’estate che rassomigliava a una primavera, poi ho ignorato le stagioni che accorciano l’ombra, che la mia Ombra ha il suo sacrosanto diritto di cittadinanza. Ho allacciato un nodo, una gassa d’amante. La volpe esce dalla tana, fa un giro intorno all’albero e ritorna nella tana, mai immagine più terrestre fu inventata per insegnarmi l’arte marinaresca. Penso a Erik, alla fonda, sola come non è mai stata e m’immagino come impenna la prua nei giorni di libeccio per liberarsi dall’ormeggio. Certi dolori sono come il sale per l’acqua di mare. La cosa più importante che ho imparato è che la serenità è una pialassa, acqua stagnante, che non ha pesci, e che preferisco incontrare di sfuggita la gioia, risacca che mentre accompagna l’onda sulla riva, lascia filtrare al di sotto una lama d’acqua in senso contrario. Le conchiglie lo sanno. Fata Morgana sarà pure una strafiga, ma le scatole di trucchi le lascio a chi si corica con la paura dell’intimità.

In questo giorno lungo quanto un anno ho preparato il terreno e seminato un prato fiorito. Crescerà alto e selvaggio, disordinato, tenace, non tutti i fiori spunteranno e così lascerò che il tarassaco si faccia la sua strada. Sarà un prato che si mette in mezzo al pane, come l’amore.


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Le cose civatano, civatandole (perché voterò alle primarie Pd)

va a finire che siamo più di quanto io speri

manginobrioches

Civati, proprio così

Ho cercato di smettere e ci sono riuscita: non voto più Pd da un sacco di tempo. Ma non ne sono del tutto fuori, visto che continuo a incazzarmi esattamente come prima, anzi pure di più. E poi è in un certo senso una responsabilità sociale, preoccuparsi della sinistra, tutta quanta: se si è messa la maglia di lana (sì, pure troppe), se ha il mal di pancia (no, mai quando dovrebbe), se gli attacchi di Alzheimer di cui soffre periodicamente sono reversibili (non tutti).

Che poi si fa presto a dire sinistra, ma certo alcune, di sinistre, non si somigliano tra loro nemmeno da lontano, come mia zia Mariella e il nipote Pierluigi il commercialista, che penseresti che non possono essere parenti, e forse neppure della stessa specie (saremo mica tutti umani, no?). E non apriamo nemmeno il capitolo della somiglianza tra la sinistra centrale e le

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“Due detenuti che occupano celle attigue comunicano tra loro battendo sul muro. Il muro è la cosa che li separa ma anche il loro mezzo di comunicazione”

Simone Weil


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La paesologia come rivoluzione erotica e viandante

comunità provvisorie

Da domani ad Aliano, nell’Appennino lucano, inizia un festival unico. La paesologia come rivoluzione erotica e viandante

Oggi è uscita una bella pagina su IL MANIFESTO. Ecco il testo. fate girare. chi non viene ad Aliano sia generoso. 

***

LA LUNA E I CALANCHI,
Festival della paesologia, dal 29 al 31 agosto, Aliano, Mt

La forza della poesia e la forza del luogo, l’idea che bisogna partire da una fonte che sia nostra. Ecco Aliano, un’esperienza aperta all’impensato, una tre giorni di cose intime e di passioni civili. Una cerimonia dei sensi contro l’autismo corale. La paesologia festeggia un paese e i suoi abitanti, festeggia i cardi, i lampioni, i muri nuovi e quelli antichi. Tre giorni in cui il sud creativo prova anche a essere un sud corale. Un festival leopardiano, una serena obiezione alla modernità incivile. Ci saranno oltre cento ospiti e molti visitatori provenienti da tutta Italia. Non…

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Torre

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C’è, nelle campagne a sud di Ravenna, tra Classe e l’attuale linea di costa, quel che resta di un’antica torre di guardia nel punto in cui alla fine del 1600, alla foce del Candianazzo, si trovava l’accesso dal mare alla città. Torraccia o Turaza in romagnolo, ‘sta lingua piena di zeta senza zeta , faceva parte della compagine difensiva  rappresentata da un sistema di torri lungo l’Adriatico e si trova oggi a circa 3,5 km all’interno dell’attuale litoranea, per effetto di quella sinergia di fenomeni che ha incessantemente sottratto e ceduto terre al mare (o acque alla terra, dipende dal punto di vista). E’ come un faro che si ritrova solitario in mezzo alla vasta campagna coltivata, è la sentinella delle inesauste trasformazioni del paesaggio, dell’incessante piglia e lascia* dei due amanti che da sempre con le loro reciproche lotte per il territorio cambiano la faccia del pianeta.

Mozza al di sotto dei merli, diroccata già all’inizio del 1800, la potente muratura in elevazione con base a scarpa si presenta rosicchiata in più punti, dove al paramento esterno mancano conci; sono lacune che lasciano intuire il possente spessore murario, il preciso disporsi a giunti sfalsati dei laterizi, il cuore forte e nudo della muratura al di là delle sue facciate belle, in una sequenza che racconta una sapienza costruttiva che noi abbiamo perduto per sempre, memoria del tempo in cui nei territori delle Legazioni ancora il l’Impero Romano dettava le leggi del costruire e del demolire, col ritmo di crescita e di distruzione dell’ordine del cosmo.

Entrando, il posto di guardia: lo stanzone quadrato dove stavano soldati e cavalli, pavimentato in cotto e coperto da una volta a crociera, con tre cannoniere e altrettante feritoie. Una scalinatella ricavata nello spessore del muro perimetrale porta all’alloggio del torriere, l’impronta del grande camino nel muro, quattro finestre sui quattro punti cardinali e una volta squarciata per copertura. Oggi il rinfianco superstite della volta è fatto di erba, dove altri armamenti s’incastravano nei merli, ci sono fiori.

Quando poi fu scavato più a nord il nuovo, lungo canale che ancora oggi permette di stupirsi ogni volta che enormi navi sembra che solchino i campi e le pianure e l’ultimo torriere restituì le chiavi della catena che chiudeva l’ingresso fluviale ai marinai che non pagavano il dazio, la Torraccia restò sola a presidiare la fortezza della desolazione, dialogando, ostinata come quelli che parlano fra sé, con la pianura orizzontale e in movimento che l’illude d’essere mare.

Fu verso la fine dell’Ottocento o all’inizio dei cent’anni successivi che  un contadino costruì poco distante una casa colonica, una stalla in cui snelle, eleganti colonne portano leggere volte a crociera e una stupenda aia pavimentata dove il crescione e la gramigna, l’ortica e la borragine spuntano dalle fughe delle piastrelle di cotto ancora quasi intatte.

Oltre, fino alla sagoma scura della pineta di Classe e di fianco, fino al mare, campi di erba medica, frutteti e le erbette che farciscono piadine a centinaia.

Vicino ma non troppo, la placida immensa solitudine della grande torre vigila sul nostro tempo immemore, tanto che vorrei un cappello “con i nastri e con le rose” per quanto sono immersa in suggestioni da Gran Tour.

*restano, tra Ravenna e il mare, all’interno del Parco del Delta del Po, due minimi residui del periodo alluvionale di paleolitica memoria, detti appunto Pialasse

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